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Lo scorso 25 novembre 2020 il Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese (MEE) ha definitivamente confermato il divieto delle importazioni di rifiuti solidi sul territorio nazionale a partire dal 1° gennaio 2021, inclusi lo scarico, l’accatastamento e lo smaltimento di rifiuti prodotti all’estero. Il divieto riguarda un’ampia gamma di tipologie di scarti, tra i quali anche materiali riciclabili come rottami di plastica e rottami ferrosi.
Il divieto totale all’import è stato introdotto attraverso una modifica introdotta il 29 aprile scorso nella legge sul controllo e la prevenzione dell’inquinamento ambientale dei rifiuti solidi, entrata in vigore a inizio di settembre.

Perché la Cina non vuole più i nostri rifiuti?

La Cina è,anzi è stato fino a ieri, il più grande importatore di rifiuti al mondo.
A partire dagli anni Novanta, la “fame” di materie prime conseguente al forte sviluppo industriale e demografico aveva costretto il Paese a importare i rifiuti provenienti dall’estero, trovando nei nostri scarti materiali a buon prezzo da destinare a nuovi cicli produttivi. Con il progredire tecnologico e l’evoluzione degli standard ambientali e qualitativi, questa necessità è venuta progressivamente meno anche nel Paese che è stato spesso additato come il più inquinato e inquinante al mondo.
Sostenibilità ed economia circolare sono trend crescenti anche nel Sol Levante: il Paese con il più alto tasso di crescita al mondo ha ben compreso come l’ambiente sia strategico alla propria leadership economica e sta correndo, più velocemente di qualsiasi altro Paese occidentale, per voltare rapidamente pagina.

Niente più rifiuti in Cina: un problema che riguarda tutti

La notizia della chiusura definitiva dell’importa rappresenta l’ultimo atto delle politiche introdotte dal Consiglio di Stato cinese a partire dal 2017, con il fine di ridurre gradualmente l’importazione di rifiuti solidi: dai 42,27 milioni di tonnellate del 2017 si è passati alle 13,48 milioni di tonnellate nel 2019, e i primi dieci mesi del 2020 hanno già fotografato una diminuzione del 42,7% rispetto all’anno precedente.
Questa decisione sta paralizzando l’industria del riciclo a livello globale, costringendo dapprima altri paesi asiatici quali Thailandia, Malesia e Vietnam, e poi paesi africani ad aumentare l’import di rifiuti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Ma, soprattutto, rispedisce al mittente l’annosa questione della gestione degli scarti del modo occidentale, ponendo a tutti noi con sempre più urgenza le seguenti domande:

  • A chi saranno destinati, a partire da gennaio 2021, questi milioni di tonnellate di rifiuti che a oggi non riusciamo a gestire nei Paesi in cui vengono prodotti?
  • Chi riuscirà a emanare, il più in fretta possibile, norme che permettano lo sviluppo degli impianti necessari a realizzare concreti progetti di economia circolare al fine di raggiungere la sussistenza nella propria gestione ambientale?
  • Chi svilupperà le tecnologie che servono alla realizzazione di impianti sempre più performanti in termini di recupero, selezione e riciclo dei materiali?

Che cosa può (anzi deve) fare il marketing?

Il marketing non può rispondere a queste domande ma può “lavorare ai fianchi” di tutta la questione, contribuendo a facilitare l’evoluzione del contesto culturale, sociale ed economico necessario a recepire questo importante cambiamento in atto: dobbiamo letteralmente riassorbire i nostri rifiuti all’interno dei nostri processi produttivi, delle nostre abitudini di consumo, della nostra cultura… del nostro modo di concepire noi stessi in relazione a tutto ciò che ci circonda.
La sfida è, prima di tutto, culturale e libri come questo spiegano magistralmente come i marketers possano agire in questa direzione, innescando forze “dal basso” affinché vi sia una pronta e necessaria risposta “dall’alto” che promuova velocemente politiche di economia circolare.
Il punto cruciale però, a mio avviso, è un altro: il marketing deve compiere una sostanziale inversione di marcia; si tratta di un cambiamento così importante da modificarne la prospettiva complessiva ovvero l’identità originaria. È necessario passare, il più in fretta possibile, da strategie mirate a creare valore aggiunto a prodotti e brand ad altre che, invece e all’opposto, conservino il valore degli stock dei materiali.
Non più valore aggiunto ma conservazione del valore. Se capiamo davvero questo, rendere più competitive le nostre aziende in futuro sarà molto più semplice.
Lo scarto può sembrare minimo ma tra queste due concezioni corre un abisso: per un’economia realmente circolare serve un “marketing circolare” cioè in grado di facilitare, comunicare e promuovere i processi di gestione circolare dei materiali. I rifiuti devono scomparire dalla nostra mente, prima che dalle discariche e dagli inceneritori. Per riuscire a compiere questo epocale cambiamento culturale, il marketing deve rivolgere i propri efficaci strumenti verso un unico obiettivo: la conservazione del valore dei rifiuti, pardon, dei materiali.
Come possiamo farlo?
Beh, la questione è piuttosto complessa e presto ti dirò di più.
Quello che già posso dirti fin da ora è che ci attende una sfida emozionante: è tutto da fare e possiamo farlo solo noi marketer. Abbiamo gli strumenti e le capacità e già stiamo ottenendo i primi importanti risultati. Come ha affermato Grant, siamo gli “ingegneri concettuali del futuro” e, oggi come non mai, siamo chiamati a fare la nostra parte per un mondo migliore. Dalle nostre competenze e conoscenze derivano grandi responsabilità, che – come sai – comportano grandi fatiche ma anche grandi onori.
Ad maiora (e a presto)!